L’art. 633 c.p. punisce “Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto…”. L’interesse tutelato è il possesso dell’immobile da parte di chi vanti su di esso la proprietà o altro diritto reale di godimento. Soggetto attivo può essere chiunque, anche il proprietario che arbitrariamente abbia invaso un immobile di cui altri abbia il possesso ( purché lo stesso sia stato acquistato ed esercitato senza violenza o clandestinità). Soggetto passivo può essere non solo il proprietario dell’immobile ma, quindi, chiunque ne abbia il possesso, anche più di un soggetto. Elemento centrale della condotta è l’introduzione arbitraria nella proprietà altrui da cui derivi una rilevante compromissione dei poteri inerenti al godimento del bene e quindi incidendo sulla libera disponibilità dello stesso senza il consenso dell’avente diritto (se manca il consenso dell’avente diritto, la legittimazione del fatto può provenire soltanto da una norma giuridica o da altro atto della pubblica autorità competente). L’introduzione e permanenza arbitraria deve protrarsi per un tempo apprezzabile affinché si configuri il reato che ha natura permanente. Può essere sufficiente, in alcuni casi, anche la sola occupazione di alcune porzioni dell’immobile. Per contro non è necessario che l’ingresso sia stato violento o tumultuoso; è essenziale, tuttavia, che il soggetto occupante provenga dall’esterno, cosicché il delitto non ricorre nel caso di chi, ad esempio, sia entrato legittimamente nell’immobile e successivamente vi permanga arbitrariamente, opponendosi alla volontà contraria dell’avente diritto (Cass. IV, 5-5-2006 n. 15610). Ben può ravvisarsi concorso nel reato di chi prenda parte ad un’occupazione già in atto.

La formula utilizzata dal legislatore comprende terreni, edifici (abitati e disabitati), le aziende agricole ed industriali, gli edifici scolastici, le stazioni ferroviarie, i teatri, le banche, gli stabilimenti balneari, nonché tutti gli altri beni immobili ai sensi del codice civile. In riferimento agli istituti scolastici è opportuno sottolineare che la Cassazione ha ritenuto non integri il reato de quo l’occupazione di un istituto scolastico per fini dimostrativi, posta in essere dagli studenti che lo frequentano, quando non viene utilizzata violenza e con una durata tale da non apportare un danno didattico grave.

Il dolo del delitto in esame è specifico e si compone, oltre che della consapevolezza dell’illegittimità dell’invasione, della finalità di occupare, anche temporaneamente, l’immobile o di trarne altrimenti profitto, non necessariamente coincidente con un vantaggio solo economico ben potendo esplicarsi anche in finalità di protesta, rivendicazione ecc. ( è stata, ad esempio, ritenuta penalmente rilevante l’occupazione di un immobile realizzata al solo fine di richiamare l’attenzione dell’autorità sulla mancanza di alloggi).

La pena per questo reato è la reclusione fino a due anni, congiunta alla multa da euro 103 a euro 1032 e si procede d’ufficio “se il fatto è commesso da più di cinque persone, di cui una almeno palesemente armata, o da più di dieci persone, anche senza armi. Si procede d’ufficio anche nel caso in cui il delitto riguardi terreni, fondi o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico”. Questo secondo comma della norma introduce un’aggravante speciale a causa del maggiore allarme sociale che il fatto così come esplicato suscita e di una minorata attività di difesa.

Il reato cessa con la liberazione dell’immobile invaso o con una sentenza di condanna, anche non definitiva, per cui se l’occupazione dovesse continuare si integrerebbe un nuovo delitto, per il quale sarebbe necessaria una nuova querela.

Uno dei temi più controversi nell’esplicazione e interpretazione del reato in esame è quello riguardante i limiti di applicabilità dello “stato di necessità” previsto dall’art. 54 c.p. il quale stabilisce che “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”, articolo che inquadra una c.d. causa di giustificazione. La scriminante de quo presuppone che l’agente abbia agito spinto dalla necessità di salvare sè o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo che l’orientamento tradizionale limitava alla vita e all’integrità fisica; oggi, però, l’opinione prevalente estende tale concetto a tutti i diritti della personalità con una estensione tale da ricomprendere ogni compromissione, anche indiretta e strumentale, del diritto alla salute. Deve trattarsi, però, di un pericolo attuale, potendosi altrimenti far fronte ad esso con mezzi leciti, in particolare con il ricorso agli organismi di tutela statuale. Soprattutto riguardo a questo aspetto, la concreta applicazione dell’esimente è oggetto di un dibattito giurisprudenziale in continua evoluzione. Una impostazione minoritaria ha considerato scrutinante condotte di occupazione abusiva di immobili realizzate da persone in stato di grave bisogno abitativo, promuovendo un’interpretazione estensiva della nozione di danno grave alla persona, ritenendo che anche il diritto all’abitazione in sè e per sé rientri tra i diritti inviolabili poiché la sua violazione attenta alla sfera dei beni primari collegati alla personalità. Questa impostazione,tuttavia, non è condivisa dalla prevalente giurisprudenza che ha escluso l’applicabilità della causa di giustificazione prevista dall’art. 54 c.p. a vicende in cui non vi sia attualità nel pericolo: un pericolo, cioè, individuato e circoscritto nel tempo e nello spazio e non durevole, come nel caso di specie in cui una imputata con quattro figlie minori a carico e priva di soluzione abitativa, a causa della precarietà lavorativa, aveva occupato un alloggio popolare.

Per quanto riguarda il tema degli alloggi popolari, poi, è da sottolineare che vi è la regola per cui al titolare dell’assegnazione, una volta defunto, subentri un parente o un componente che faccia parte del nucleo familiare, col presupposto fondamentale che il suddetto abbia convissuto stabilmente con l’assegnatario almeno due anni prima della data di pubblicazione del bando di concorso e che la convivenza sia dimostrata nelle forme di legge.